di Enrico Grassi – Coordinatore nazionale gruppo di ricerca di Neuroestetica della SNO (Società dei Neurologi, Neurochirurghi e Neuroradiologi degli Ospedali Italiani). – U.O. Neurologia – Ospedale di Prato.

e Pasquale Palumbo – Direttore U.O. Neurologia – Ospedale di Prato.

Anche l’esperienza estetica è soggetta alle leggi che regolano le attività cerebrali.

Nel 2011 il prof. Semir Zeki, uno dei padri fondatori della neuroestetica ha dimostrato tramite una risonanza magnetica funzionale (fMRI) che il nostro cervello dedica alla bellezza una specifica area (la corteccia orbito-frontale mediale) che si attiva quando sperimentiamo il piacere di un’opera d’arte o un brano musicale.

https://www.plosone.org/article/fetchObject.action?uri=info:doi/10.1371/journal.pone.0021852&representation=PDF

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In questo modo si riproponeva una delle questioni più dibattute in estetica, e cioè se la bellezza possa essere definita da  parametri oggettivi o se dipenda interamente da fattori soggettivi. Nonostante che i criteri soggettivi giochino un ruolo importante nelle esperienze estetiche di ciascuno, oggi sappiamo che esistono dei principi specifici con una base biologica che possono facilitare la percezione del bello.

In uno studio del gruppo di Parma (Di Dio 2007), guidato da Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese la presenza di un parametro specifico, ovvero la proporzione aurea, negli stimoli presentati ha determinato delle attivazioni cerebrali diverse da quelle evocate dagli stimoli in cui questo parametro era stato violato.

https://www.plosone.org/article/fetchObject.action?uri=info:doi/10.1371/journal.pone.0001201&representation=PDF

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 La chiave del cambiamento tra la percezione di una scultura da “brutta” a “bella”

– il senso del bello nell’arte – sembra quindi derivare dall’attivazione congiunta di popolazioni neuronali corticali che rispondono a caratteristiche specifiche presenti nelle opere d’arte e di neuroni situati in centri di controllo emozionale.

 

La bellezza di un volto.

I volti sono di gran lunga  la più importante categoria di riconoscimento di oggetti, perché sono la via principale attraverso cui riconosciamo gli altri individui e persino l’immagine di noi stessi. Per questo il cervello ha un raffinatissimo meccanismo per il riconoscimento dei volti, meccanismo che resiste infatti alla deformazione che avviene nelle caricature o nelle immagini a bassa risoluzione.

Un secolo fa, l’antropologo, esploratore, nonchè cugino di Charles Darwin, Sir Francis Galton (a cui si deve l’invenzione dell’eugenetica, prima delle sue tragiche derive razziste) mise a punto un sistema fotografico per creare volti grazie alla fusione di più facce reali. Quando Galton produsse i primi visi ibridi fu sorpreso dal fatto che questi fossero ritenuti più belli. Questa osservazione è stata ripetuta e perfezionata utilizzando le moderne tecniche di computer grafica.

Quanto maggiore era il numero dei visi utilizzati per costruire il viso composito, tanto più questo veniva percepito come attraente; contemporaneamene nessuno dei visi reali utilizzati per creare il composito veniva giudicato più attraente del viso composito.

Molti ricercatori hanno suggerito che le caratteristiche dei volti rientranti nella media riflettono stabilità nello sviluppo e sono ottimali in termini funzionali soprattutto per la resistenza alle malattie. La normalità è quindi espressione delle qualità positive del partner.

Un’altra fonte di attrazione in un volto è rappresentata della simmetria facciale come segnale di qualità del partner.

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Faccia composita simmetrica e versione asimmetrica (Little, 2011)

https://rstb.royalsocietypublishing.org/content/royptb/366/1571/1638.full.pdf

L’ultimo elemento importante è il diformismo sessuale che aumenta con la pubertà, dove i tratti sessualmente dimorfici segnalano maturità del potenziale riproduttivo e differenti qualità del partner.

I criteri di bellezza di un volto

La femminilità nei volti delle donne è ovviamente attraente in quanto espressione di fertilità. I volti che risultano essere più femminili rispetto alla media sono anche quelli considerati più attraenti con le seguenti caratteristiche principali: mento piccolo, zigomi alti, area del viso ridotta, labbra carnose.

Quando guardiamo un volto che troviamo bello si attiva il circuito dopaminergico del Reward (i cui principali centri si trovano nell’area tegmentale ventrale mesencefalica, nello striato ventrale, e nella corteccia orbitofrontale). E’ un circuito che si attiva per tutti gli stimoli edonicamente rilevanti generando sensazioni piacevoli. Il cervello dunque risponde rapidamente e automaticamente alla bellezza.

L’attrazione estetica è anche alla base anche di un bias cognitivo come quello di giudicare intelligente a prima vista, un individuo di bell’aspetto. Quindi alla bellezza si associa un’idea morale di bontà complessiva, con tutti i risvolti pratici (e inconsci) che questo comporta (persino sulle decisioni giudiziarie).

Quindi la bellezza oggettiva esiste, fornisce informazioni giudicate affidabili su età, fertilità, salute e il nostro cervello è ben allenato a riconoscerla. Su un recente editoriale su Nature (Ottobre, 2015) Karl Grammer, antropologo di Vienna, fra i pionieri degli studi sull’attrazione, dice: «gli esseri umani sono ossessionati dalla bellezza. E quando si trova un’ossessione come questa, ci deve essere qualcosa di più profondo che non una semplice norma culturale».

Il giudizio estetico è allora una miscela complessa di fattori genetici, culturali e oggettivi, che hanno avuto bisogno milioni di anni per evolversi.

https://www.nature.com/nature/journal/v526/n7572_supp/pdf/526S11a.pdf

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La lunga durata e affidabilità di questi criteri estetici è dimostrata dalla rappresentazione della regina Nefertiti: in questo busto custodito al Neues Museum di Berlino e prodotto 3.300 anni fà, lei appare bellissima e seducente in virtù di caratteristiche ancor’oggi attualissime: labbra carnose, zigomi alti, occhi allungati.

https://www.nature.com/nature/journal/v526/n7572_supp/pdf/526S2a.pdf